Intervista a Nicola Schingaro

Intervista allo scrittore Nicola Schingaro, ospite dell'undicesima edizione di Youngabout Film Festival

        

 

             INTERVISTA A NICOLA SCHINGARO

  Che significato hanno le citazioni all’interno del libro?

  Quello è il richiamo della letteratura  perché io, oltre a raccontare la mia esperienza     di vita nella periferia urbana, che è il quartiere San Paolo, ho cercato di rispondere       ad un interrogativo: perché non sono un delinquente? E quindi mi sono rifatto alle      molteplici teorie sociologiche della devianza e della criminalità e le numerose  citazioni che avete avuto modo di leggere servono per far rendere conto il lettore che    esiste una letteratura e quella è stata in qualche modo una chiave di interpretazione.  Infatti, per molte di quelle teorie, io avevo tutti i requisiti o quasi per diventare un  delinquente proprio perché residente in un quartiere come dire, povero e popolare, ma che è stato oggetto di un lungo processo di stigmatizzazione territoriale che poi si è trasferita inevitabilmente ai suoi abitanti e quindi anche a me. 

 

Chiarisca meglio il concetto di stigmatizzazione.

Il concetto di stigmatizzazione è, in buona sostanza, un processo mediante cui la società si appone addosso un marchio. Pur non avendo mai commesso alcun tipo di reato, nel centro della mia città in molti pensavano che io potessi essere un delinquente solo perché provenivo dal quel quartiere che è il San Paolo di Bari. Lo stigma è sostanzialmente un marchio.

 

Come vede l’odierna esaltazione del mondo criminale anche per esempio nell’ambito musicale? Sappiamo che nella musica che va tra i giovani è una forma di esaltazione di questo mondo da lei descritto del quartiere San Paolo.

Riflette sicuramente la tendenza di una società verso una generale perdita di valori quindi, molto spesso, ci si imbatte in quella che non è una trasmissione di valori sani, ma piuttosto di disvalori che, alla fine, attraverso le forme di comunicazione dei new media, internet, i social,… si diffondono a dismisura e quindi poi spesso finiscono con l’essere l’informazione che trascina e che crea un modello sbagliato.

 

Ritiene che i social media abbiano una certa responsabilità sul mondo che ha descritto?

Io non ho nulla sui social media, anzi hanno la loro funzione positiva, purché ci sia un controllo sull’informazione che circola. Invece molto spesso non è così perché assistiamo a una  disinformazione, ad una serie di messaggi che anziché propendere in una direzione vanno in un'altra. Per esempio seminano panico morale nei confronti dei migranti oppure delle periferie.

 

 

Come mai ha nominato il genere nella sua opera autoetnografia?

Si distingue dai generi classici di studi sociologici in chiave urbana. In Italia è molto più famosa l’etnografia, che come dice la parola stessa,  è la descrizione di una cultura. La differenza sta nel fatto che il sociologo che fa l’etnografo, che va anche per molto tempo in un quartiere per studiare come funziona una determinata cultura, alla fine quando esce dal campo, quando termina la ricerca, parla solo sempre in terza persona. Si pone al di fuori delle parti: lascia fuori le proprie emozioni e sentimenti per un presunto principio di scientificità. I canoni della ricerca dicono che tanto più la ricerca è scientifica tanto più è oggettiva, tanto più il ricercatore riesce a mantenere la distanza dal mondo che sta osservando. L’autoetnografia invece aggiunge quel prefisso autòs, pone il ricercatore al centro e quindi è una ricerca all’interno del proprio SE, ma senza perdere di vista la cultura all’interno della quale quel SE si è formato.

Quanto ha contribuito la sua famiglia a non renderla un delinquente, perché in parte è citato nel libro?

Tantissimo, tantissimo, ma non perché la mia sia una famiglia migliore di tante altre che insieme con la mia vivevano all’interno del quartiere. Probabilmente la mia famiglia si è contraddistinta molto per aver investito tantissimo nell’istruzione. Questo sicuramente perché quando io ero più giovane non ricordo molti ragazzi che studiavano al di là della scuola dell’obbligo e al diploma, perfino alla laurea. Quindi diciamo che la mia famiglia è stata importantissima non soltanto perché ha saputo trasmettermi dei valori sociali che mi hanno tenuto a distanza dalle forme della devianza, ma soprattutto per aver investito nell’istruzione perché, se alla fine oggi sono quello che sono, lo devo a loro certamente, ma anche al fatto di aver studiato.

 

Ha contatti con alcuni suoi coetanei che appartenevano al quartiere San Paolo?

Sì, sono amici. E’ stata dura perché come avete potuto leggere io non ero sottoposto soltanto all’etichettamento quando mi recavo al centro della mia città, ma ero sottoposto ad etichettamento anche nel quartiere perché ero diverso da quello che era l’atteggiamento più diffuso. Ero il ragazzino perbene e questo mi poneva ad essere oggetto di scherno da parte dei bulli e naturalmente io vivendo certe situazioni ho deciso di non soccombere, ho reagito. Però tornando agli amici, la cosa che ho descritto è che nei momenti in cui dimostravo di non avere paura, sia che le prendessi, sia che le dessi, guadagnavo amici e quindi oggi sono tutti amici.

 

Come ha visto il suo quartiere evolversi negli ultimi 30 anni?

E’ cambiato tantissimo dal punto di vista della trasformazione dello spazio fisico nel senso che, ad esempio, quando io ero ragazzo c’erano forse più case popolari che case private. Adesso sicuramente, dal punto di vista delle politiche abitative, è avvenuta un’operazione di mix abitativo per cui c’è una popolazione più variegata, più mista. Un altro forte segnale di cambiamento è stato che, quando io ero ragazzo, esisteva soltanto una piccola caserma di carabinieri, ne parlo pure nel libro. Adesso il quartiere è circondato: ci sono sia dentro che fuori casermoni che fungono un po’ da deterrenza, perché prima, per esempio, c’era un mercato di spaccio a cielo aperto, adesso si spaccia ugualmente, ma in maniera più nascosta. C’è un’enorme scuola di polizia, c’è una grossa scuola della Guardia di Finanza, una caserma enorme dei Carabinieri, quindi una profonda trasformazione dello spazio fisico del quartiere, una grosso espansione urbana. Dal punto di vista dello spazio sociale probabilmente la presenza di un mix abitativo riduce la visibilità della criminalità. La criminalità organizzata c’è, ci sono le forme di microcriminalità e di bullismo, per cui dal punto di vista dello spazio sociale non credo sia cambiato molto.

 

Lei torna spesso a San Paolo?

Si, torno spesso perché mia moglie tra l’altro lavora lì e i miei figli vanno anche a scuola lì, per una questione logistica. Però vanno in un istituto di suore, quindi sono custoditi abbastanza bene.

 

Quali passioni l’hanno spinta fuori da questo quartiere?

Di passioni ne ho coltivate molte. Una di cui non parlo nel libro è la musica. Io da quando  ero adolescente suono la chitarra, sono passati tanti anni. Lo ribadisco: una cosa che ha avuto molta importanza per me è stata senz’altro la famiglia, per avermi salvato, ma soprattutto per essere stati in grado di avermi trasmesso  i valori, le raccomandazioni, la forma di autocontrollo dicendomi: “ se tu diventi un delinquente, tu a casa non ci metti più piede”. A dispetto dell’ambiente esterno, mi ha salvato anche la scuola: il fatto di avere la possibilità di studiare, di frequentare un liceo e soprattutto aver visto lo studio come una passione. Se uno fa le cose senza passione, probabilmente riesce ad arrivare a certi traguardi, ma le vive male, non dico che le fa male, ma le vive male. Quando noi ci mettiamo passione nelle cose, le cose ci riescono meglio.

 

E le passioni per la letteratura e per la scrittura quando sono arrivate?

Io sono laureato in Lettere per cui dopo il liceo classico che mi ha fatto venire questa passione, ho frequentato la Facoltà di Lettere a Bari. Ho discusso la mia tesi di laurea in Sociologia. Il giorno dopo la tesi la laurea sono diventato un sociologo, poi ho collaborato con la Cattedra di Sociologia per tanto tempo. Ho fatto il dottorato in pianificazione urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari, quindi allontanandomi dagli studi di Sociologia e questo semplicemente perché volevo affiancare alla conoscenza della teoria sociale anche le teorie della pianificazione, la planning theory per capire un po’ meglio la città e i suoi quartieri.

Un consiglio che lei si sente di dare a tutti i ragazzi,  nostri coetanei, che come lei hanno vissuto una situazione analoga, insomma erano la pecora nera, non per forza del quartiere di San Paolo, ma anche di quartieri benestanti?

Di studiare. Io credo che la cultura sia una cosa di cui un giovane non possa fare a meno. Io penso che attraverso la cultura un giovane possa avere lo strumento necessario per poter cambiare in meglio la società, altrimenti non se ne fa nulla.

 

Perché ha scelto il termine autoetnografico per il suo romanzo?

Così aggiungo una cosa che non ho detto prima: nella sociologia classica, nella etnologia classica si ritiene che un’opera sia scientifica quando il ricercatore assume una distanza nei confronti del mondo che sta esplorando, quindi nel momento in cui assume questa distanza nella sociologia classica convenzionale si ritiene sia un’opera scientifica, invece no. L’autoetnografia rompe questo corto circuito, lo interrompe, dice che non è vero perché il ricercatore, anche se parla in terza persona, non è vero che non è stato coinvolto anche dal punto di vista emotivo nel momento in cui ha condotto una ricerca sul campo. Se un ricercatore si trasferisce sette anni in una periferia e la studia per capire come funziona la cultura in quel determinato quartiere, viene  coinvolto emotivamente dalle relazioni sociali. Però,  per dimostrare che quella ricerca è scientifica, parla in terza persona, dice “gli abitanti di quel quartiere hanno bisogno di questo”, “il problema più grosso è la devianza”, parla come se lui non ne fosse stato coinvolto. L’autoentografia rompe questo corto circuito, dice che non è vero, il ricercatore è dentro la ricerca e la fa in prima persona perché vive determinate situazioni. Poi io ho scelto un quartiere che non è il quartiere in cui sono stato dieci anni, sei anni, sette anni  per studiarlo, ma quello in cui sono nato. Io mi sono sempre occupato di periferie in cui vivevano altre persone.  Ho deciso di adottare questo metodo che in Italia è poco diffuso, ma che esiste da almeno una ventina d’anni negli Stati Uniti, dove appunto è il SE del ricercatore che si pone al centro della ricerca e della cultura all’interno della quale ha luogo la ricerca stessa. Nel mio caso è il luogo dove sono nato.

 

Quanto è stato il tempo necessario per cercare e per studiare per la conferma della tesi?

Collaborando già da diverso tempo con la Cattedra di Sociologia del Dipartimento di Scienze Politiche di Bari, le teorie della devianza della criminalità le conoscevo già e quindi nel tempo riflettevo su quanto quelle teorie dicessero e non dicessero la verità se confrontate con la mia esperienza di vita. Quindi una volta scoperto il metodo, io le ho poi in qualche modo confutate. Non credo che con la autoetnografia si possano mettere in discussione teorie fondate su studi grossi su campioni enormi, però io credo che l’autoetnografia possa servire a riflettere criticamente su certe cose. Molte di quelle teorie lasciavano presumere che io potessi facilmente diventare un delinquente. In realtà molte di queste teorie non riescono a spiegare che io non lo sia diventato. L’unica che riesce a spiegarla bene è quella del controllo sociale che dice chiaramente che, grazie alla mia famiglia che ha sviluppato in me l’autocontrollo, pur essendomi avventurato nelle strade del quartiere nell’età più difficile dell’adolescenza, avevo questo reminder che diceva che non dovevo sbagliare, che non mi dovevo cacciare in qualche guaio perché avrei perso la stima delle persone a me più care che sono la mia famiglia, i miei genitori.

 

Quanto sono durati i lavori dall’inizio della ricerca?

Deve considerare un anno e mezzo. Prima c’è stata una grossa ricerca del metodo, per una ventina d’anni negli Stati Uniti. Questa forse è stata la prima ricerca autoetnografica su scala urbana, gli altri studi sono sempre autoentografie, ma hanno riguardato diciamo i temi più personali, basati su relazioni intime. Un esempio concreto: la fondatrice di questo metodo si chiama Carolyn Ellis, che ho anche citato nella parte iniziale. E’ una professoressa di Sociologia e Comunicazione dell’Università del Sud della Florida ed è stata una delle fondatrici, se non la prima, che ha scritto un libro che si chiama “Negoziazioni finali” dove descrive tutte le fasi in cui il suo compagno si è ammalato, poi ha attraversato tutte le fasi della cura, poi è morto. E’ un grosso libro, per dire che molti lavori autoetnografici si rifanno a questo modello. Forse la mia è la prima, se non l’unica, ma questo dovrei verificarlo, in cui di sfondo non vive le relazioni intime umane, ma c’è lo sfondo di un quartiere della città.

 

Lei ha spesso parlato di una sorta di processo di depersonalizzazione subita da un ragazzo dai sui coetanei.

Nessuno nasce delinquente, io non l’ho scritto, ma lo do per scontato, tanto è vero che nella parte iniziale quando io cito le teorie di Lombroso facendoci ironia, cerco, guardandomi allo specchio, dei particolari che facciano pensare che sia un delinquente, perché, se l’hanno sempre pensato, probabilmente avrò la faccia che ispira, no? Però, anche se non lo dico esplicitamente, è un modo per dire che ovviamente nessuno nasce delinquente. La criminalità e la devianza sono prodotte nella società e dalla società. E’ la società che deve poi rispondere. La devianza è una costruzione sociale, non è una cosa innata.

 

Un ragazzo che ha subito questa devianza a cosa può fare riferimento riuscire a recuperare la propria identità che è stata oscurata da questa devianza?

Guardi, per prevenire che un ragazzo cada nella devianza e  anche per curare quelli che in qualche modo sono caduti, è chiaro che ci vuole una forte volontà politica.  Politiche sociali e urbane serie, non retoriche, perché molto spesso si tende a produrre delle politiche che non vadano mai al di là della scadenza elettorale. Molto spesso, al di là delle promesse, si tende a fare qualcosa che sia immediatamente visibile perché altrimenti “scade il mandato e non mi vota più nessuno”. Per un ragazzo che abita in questi quartieri, bisognerebbe fare molto affinché non siano più quelli che sono, che non siano più quei quartieri che in qualche modo favoriscono la devianza. La trasformazione radicale dell&rsq